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A
cura di Dj Rio
Un microfono e
due giradischi
Dal piacere della pista da ballo al potere della parola.
Dall’intrattenimento all’educazione, come recita il titolo di un disco ormai
entrato nel culto del rapper KRS One. I grandi casermoni popolari della zona
piu’ degradata del Bronx (i Project) e due giradischi, un mixer ed un microfono
che definiscono un universo di suoni e di messaggi. A quasi trent’anni
dell’esplosione della piu’ importante ondata di musica afroamericana che mai
abbia lambito le nostre orecchie, il Bronxs museum of contemporary arts mette in
scena,sino a fine maggio, One planet under a groove:
Hip Hop and contemporary arts. Si tratta di un’occasione, unica ed irripetibile,
per capire quanto importante sia la connessione tra il tribalismo e la
tecnologia, il tam tam e la cultura digitale, l’Africa e le metropoli
occidentali . Una storia di collisioni culturali, di attraversamenti estetici e
sonori, di scontri (ed in incontri) tra mondi lontanissimi che proprio a New
York, intorno alla meta’ degli anni 80, trasformo’ definitavemente i piatti in
uno strumento musicale e la consapevolezza sociale in un “messaggio” che
potesse, finalmente, essere piacevolmente consumato ballando. L’esibizione
ricostruisce i rapporti tra la strada e le Accademie, tra il senso forte della
comunita’ e l’impellenza della comunicazione.
Quella “Furia del dire”(come scrivera’ piu’ tardi l’antropologo francese George
Lapassade) che si esprime non soltanto attraverso la musica, ma anche attraverso
sinuosi e complessi movimenti della break dance (una sfida continua alla legge
di gravita’)!) ed i segni in bilico tra passato e visioni del futuro, dei
graffitisti.
Dal celebratissimo Keith Haring, con la decorazione “radioattive” per il super
club Palladium alle copertine per cassette dell’amico Junior Vasquez, sino
all’espressionismo di strada di Jean –Michel Basquiatche, grazie all’amicizia ed
all’ammirazione di Andy Warhol, passa direttamente dai muri scrostati del Bronxs
alla patina elitaria delle gallerie d’arte di Chelsea.
Una storia affidata soprattutto alla quotidianeta’, ad improvvisazioni vocali
intorno ad un microfono delle quali non rimane traccia, a mixaggi vertiginosi
che avrebbero condizionato tutto il “DJ style” degli anni successivi.
Documentati, di recente nella bellissima raccolta antologica dedicata a Grand
Master Flash, con registrazioni in “presa diretta” che raccontano l’atmosfera
torrida di quelle feste nei cortili di cemento degli enormi palazzi che si
affacciano sul fiume, nei parchi come quelli a pochi metri dal Bronxs Museum,
nelle case di amici, dove il microfono ed i giradischi erano davvero a
disposizione di chiunque. Un clima irripetibile, un frammento di citta’
strappato al degrado e divenuto una sorta di workshop a cielo aperto, di
laboratorio di creativita’ estrema dove le arti si incrociavano naturalmente.
Tutto questo è perfettamente ricostruito dalla mostra newyorkese, con un
attenzione particolare anche per i protagonisti minori. Come juan Capistran, il
breaker venticinquenne che ha meticolosamente riletto le movenze con i passi
essenziali della danza ispirandosi alle istruzioni contenute nella raccolta
“Breakdance” del 1984, ed è stato fotografato in un sequenza emozionante da
Mario Ybarra della Space invaders 13 Art Crew. E poi antichi gioielli delle
tribu’ africane che hanno ispirato l’iconografia dell’Hip Hop, vecchi sound
system con i bassi esasperati per conquistare irrimediabilmente il cuore e le
gambe. La musica con i mixtape di Bambaata, Grand Master Flash, Run Dmc e tanti
virtuosi sconosciuti del mixer e della parola che sono riusciti a coniugare il
puro edonismo ed il “messaggio”.
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